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Dal greco = spazio aperto

Moderatore: .ferro

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RED GREY ARMY
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che c°§li°ni
Ultima modifica di RED GREY ARMY il 19/04/2007, 8:23, modificato 1 volta in totale.
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currysauce
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baol
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esatto curry...
ne ho una simile su berlusconi, appena la scovo la posto...
...it's only your mind, you know...

L'uomo capisce tutto.
Tranne le cose perfettamente semplici.

errare è umano, correggere lecito, cliccare invia prima d’aver ricontrollato è ma porca tr°i@ che figura di m.rd@.
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ianpaice
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baol ha scritto:
23/04/2007, 11:37
ne ho una simile su berlusconi, appena la scovo la posto...
Eccola.

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World was on fire, no one could save me but you.
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jonny
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Giornata mondiale per la libertà di stampa
Jacopo Fo ha scritto:L'Italia "era l'unico membro dell'Unione Europea ad apparire nella categoria dei Paesi 'parzialmente liberi' - si legge nel rapporto - ed e' stata promossa nel 2006 soprattutto in conseguenza della fine dell'incarico di presidente del Consiglio del magnate dell'informazione Silvio Berlusconi".
Abbiamo superato le Tonga, il Burkina Faso e il Botswana, ma rimaniamo sempre dietro a Kiribati, Tuvalu, Nauru e soprattutto al Mali.
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Kappo
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Jacopo Fo ha scritto:Abbiamo superato le Tonga, il Burkina Faso e il Botswana, ma rimaniamo sempre dietro a Kiribati, Tuvalu, Nauru e soprattutto al Mali.
Il che è già tutto dire..... ::)
Non esistono domande stupide. Solo le risposte possono esserlo.
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RED GREY ARMY
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L’evoluzionismo politico

dal blog di Beppe Grillo

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CHIESA FATTI I CAZZI TUOI
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stella
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bella la foto su la provincia di ieri con il don vattelapesca con la fotona di mussolini sull'altare che celebra la messa per quei residuati fascisti.. bello anche il suo discorso su dio, la famiglia..

..ma và lààààà...!
scomunicato!
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nn farmici pensare se no m'incazzo come una bestia
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stella
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..che almeno siano coerenti fra di loro, perbacco!
il Papa si era scusato per l'appoggio e l'omertà della chiesa durante l'epoca fascista..e un prete cele bra la messa in onore del duce! Come esempio positivo..!!!
che schifo..
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Vitellozzo
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A dire la verità "padre Tam" non è un sacerdote: è stato sospeso dalla chiesa cattolica ed è stato anche cacciato dai lefevriani (i cattolici che non riconoscono le novità del concilio vaticano II).
Neuz

Ilary e Totti: nata la figlia, si chiama Chanel
Totti ha scritto:Il nome Chanel? Non l'abbiamo scelto noi, ma nostro figlio Cristian...
Che burini!!!! (x)
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La notte della Repubblica

dal blog di Beppe Grillo

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rootsman
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da www.eddyburg.it

L'enfasi sul problema "sicurezza" nasconde un vizio degli sventratori di tutti i tempi. Una nota di Fabrizio Bottini da Megachip e un articolo di Filippo Azimonti da la Repubblica
Fabrizio Bottini ha scritto:Chinatown e la Grande Milano di chi comanda, 25/05/2007
Che la “questione sicurezza”, soprattutto quella immaginaria o comunque percepita, venga sbandierata in modo strumentale, nessun dubbio. Nella sua declinazione urbana, si accompagna in modo classico e quasi automatico a vari processi, più o meno legati alla speculazione edilizia e/o a un’idea generale di città espressa dai ceti dominanti.
È abbastanza noto come fra i vari motivi degli sventramenti ottocenteschi ci fosse la possibilità per la polizia di spostarsi rapidamente (per l’attacco o la ritirata) lungo i larghi boulevards. E anche quando il nemico è più subdolo come il colera di Napoli nell’Italia postunitaria, le campagne giornalistiche, le decisioni politiche, le conseguenti trasformazioni urbanistiche, portano sempre lo stesso marchio: la sicurezza (dalla malattia, dal crimine, dal degrado variamente inteso) usata come leva per imporre in punta di ruspa un’idea di città.
Passano gli anni, alle cariche a cavallo e alle ruspe si sostituiscono – a volte - altre cose, ma la sostanza sembra non cambiare di molto. Nel caso specifico del “problema Chinatown” a Milano, al centro di tutto c’è proprio l’idea di città, o meglio di metropoli, espressa storicamente dalla destra, e non necessariamente da quella politicamente targata così. Che si riassume in una forma piuttosto rozza di segregazione e speculazione, dove ognuno deve stare al suo posto: i quartieri terziari, la cosiddetta downtown, anche se non ha (ancora) i grattacieli; una fascia di quartieri ad alto valore immobiliare, magari con i divertimentifici alla happy hour e assimilati; poi la periferia in attesa di prossima promozione e valorizzazione, e ancora più fuori la città diffusa, parcheggio di tutto quanto non trova posto (ovvero non si vuole) nel proprio orticello.
La zona cosiddetta “Chinatown” è invece piuttosto eversiva rispetto a questo modello. È una di quelle zone che sarebbero piaciute alla studiosa americana di fatti urbani Jane Jacobs, scomparsa quest’inverno dopo mezzo secolo di lotte e libri famosi, tutti attorno ad un unico tema: la città come organismo complesso, ovvero non fatto di compartimenti stagni. La Jacobs contestava già negli anni Cinquanta le devastanti prospettive con cui osannati (allora e oggi) grandi architetti si volevano sostituire alla storia e alla società, dicendo solo: ma guardate! Guardate come funziona davvero un quartiere vitale, dove si abita, si lavora, si gioca, ci si incontra, si passeggia per strada e ci si conosce. Macché: il grande stratega degli spazi, e con lui il politico/amministratore che lo sostiene, di solito ha un proprio modello in testa.
Che nel caso del “quartiere cinese” non ci vuole molta immaginazione a prefigurarsi: basta passeggiare ad esempio verso la zona di Corso Como, non lontana, dove un’arteria storica su cui si affacciano dei cortili è stata totalmente prosciugata, e “valorizzata”. La questione quindi non è di composizione etnica, e neppure di generica efficienza urbanistica, ma di eliminare una pericolosa sacca di città vera e vitale, dove appunto si fanno tutte le cose della vita. A volte si potrebbero far meglio, ma non sta qui il punto. Un collega urbanista, Luca Tamini, ha fatto uno studio piuttosto interessante su quella zona, concludendo come ha dichiarato in una intervista al Giorno che qui sta nascosta “un’alternativa all’odierno quadrilatero di Montenapoleone”. Una ipotesi intelligente e lungimirante, che però forse non fa i conti col modello della Grande Milano accennato sopra: dove finirà tutto il resto, tutto quello che non ci azzecca con stilisti, modelle, mogli degli evasori e compagnia bella?
La risposta tecnica è già emersa: le attività all’ingrosso deportate in un polo specializzato nell’area metropolitana. Sempre per citare gli americani, che ahimè sono sempre più avanti di noi anche nelle porcherie, c’è un acronimo significativo: LULU. Che sta per Locally Unwanted Land Use, un uso dello spazio che non si vuole, e che va “altrove”, di solito dove lo si può imporre. In punta di ruspa, come negli antichi sventramenti, e magari anche con l’intervento della forza pubblica. E la cosa vale per tutte le altre attività unwanted, compresa ad esempio la residenza non ricca. Insomma, quanto ha ragione Filippo Azimonti, a dire che la sicurezza c’entra come i cavoli a merenda! Salvo, che come scusa per l’operazione di sgombero strisciante su larga scala. Nome in codice: LULU.
Nota: sul tema del "quartiere cinese" di Milano, vari articoli sia su Eddyburg Città Oggi / Milano, che su Mall Spazi del Consumo. Un "contributo" particolare quello di Franco Mancuso.
Filippo Azimonti ha scritto:Ma non è un problema di sicurezza, la Repubblica/Milano, 20 maggio 2007
Perché la comunità cinese di Milano è finita nel «patto sulla sicurezza» firmato venerdì dal sindaco Letizia Moratti e dal viceministro dell'Interno Marco Minniti? Si direbbe per la rivolta di Chinatown, per quelle bandiere della Repubblica popolare sventolate su un quartiere presidiato per la protesta contro il pugno di ferro usato dai vigili contro i traffici che vi si svolgono quotidianamente. Che l'amministrazione, evidentemente, interpreta come un attentato alla sicurezza della città. Declinando l'allarme del ministro Amato sul pericolo rappresentato dalle comunità ad etnia unica rispetto all'orizzonte multietnico che si impone per rendere efficaci le politiche di integrazione, in una salsa ambrosiana francamente imbarazzante.
Perché i cinesi in via Paolo Sarpi ci sono dal 1920: la più antica comunità d'immigrazione nella storia italiana; perché i cinesi la loro Chinatown se la sono comprata mattone per mattone dagli italiani che gradivano il pagamento in nero e in contanti di case ed officine; perché i cinesi non aggrediscono le vecchiette per strada. E allora è perché i cinesi bloccano il traffico con le loro mercanzie, fanno concorrenza sleale agli italiani (che Milano però l'hanno abbandonata da tempo); o forse perché denunciano il razzismo strisciante dei loro vicini di casa e cominciano a contestare i loro – i nostri – amministratori. E così che la protesta, l'orgoglio etnico, la capacità imprenditoriale si trasforma in un problema di sicurezza? Che si affronta come se la comunità cinese fosse quella Rom: allontaniamoli dalla città, non facciamoli più vedere, cacciamoli ad Arese, e facciamoli pure pagare, perché i cinesi, al contrario dei sinti, i soldi li hanno. Li hanno, ma sanno anche usarli.

Essendo loro degli imprenditori con alle spalle 4mila anni di affari e commerci, ci hanno già pensato da soli. E infatti stanno colonizzando altre aree della città con gli stessi metodi, sul filo della legalità, sperimentati con successo in Paolo Sarpi: viale Padova, viale Monza via Mac Mahon, Affori. Che hanno scelto in base a prospettive di investimento, logistiche, piani di sviluppo che ci sono ignoti ma che difficilmente baratteranno con un'area industriale dismessa offerta per di più a caro prezzo da una qualsiasi amministrazione. Perché loro navigano nel mercato, spregiudicatamente; l'amministrazione nel pregiudizio.
Chinatown non è il folklore multietnico della romana Piazza Vittorio. Non avrà un'orchestra di successo, ma coltiva affari di successo. E con gli affari, lavoro nero, immigrazione clandestina, ricatti e sfruttamento su un modello non troppo lontano da quello del caporalato edile della Bergamasca. Hanno imparato da noi come si fa impresa, aggirano come noi le leggi dello Stato, accumulano come noi fondi neri, sfruttano come noi la manodopera immigrata. E non per questo vengono sanzionati, ma per i furgoni in seconda fila. Uno strano criterio di legalità. E di sanzione.
E allora bisognerebbe dire la verità: che Chinatown è un luogo dell'investimento estero in Italia, quello che ci piace se è targato Olanda (ma non ci piace neanche quello perché minaccia l'"italianità" e poi loro sono protestanti) ma molto meno se si fa in maglietta spingendo 100 kg di borse molto probabilmente contraffatte bloccando il traffico in una strada che non è più italiana da almeno 20 anni. L'illusione è normalizzare la situazione dimenticando che quella che era una comunità di "profughi" dalla Cina comunista oggi ha riallacciato i rapporti con la madrepatria. Che non è la Romania ma la terza potenza mondiale. Che potrebbe dispiacersi apprendendo che i suoi cittadini vengono trattati come delinquenti. E a chi non è sordo l'ha già fatto capire.
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