Altai

Se vuoi fare il ciutto, è qui che devi scrivere.
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niente, non ce ne vado in fuori
sono a pagina 200, cioè a meno della metà, di solito aspetto la fine del libro per esprimermi su di esso, ma a tutt'oggi il pensiero è questo:
Altai è noioso
sono 200 pagine che mi sembra di guardare una webcam che De Zante (il protagonista) si è attaccato sulla fronte, sono partito da Venezia e sono arrivato a Istanbul, non ne posso più di descrizioni minuziose delle vie di Dubrovnik e di Salonicco, voglio azione!
e poi gli autori sono saccenti, spargono a piene mani termini dell'epoca e il risultato del loro (come sempre) mostruoso lavoro di ricerca, ma senza costrutto ai fini della cosa più importante: la narrazione di una storia.
delusione
Ultima modifica di Q il 19/02/2010, 15:47, modificato 1 volta in totale.
“Condividere saperi, senza fondare poteri”

Primo Moroni
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BaroneBirra
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Premesso che non adoro i Wu Ming: se il vero valore di un romanzo risiede nel congegno narrativo, allora i videogame potrebbero essere assunti a opera letteraria.
Con ciò non s'intende significare che si debba ricercare il "puro stile": un buon romanzo è compresenza di uso "d'autore" della lingua per raccontare una storia, che può essere intricata e appassionante o no, e in tal caso si tratterà di una scelta consapevole.
Un bravo scrittore sa immettere la sua visione del mondo nel suo stile di scrittura (e in effetti tale è la definizione di "stile" data da un grande filologo del '900), e in tal caso potrà anche descrivere un brodo di carne, e tutta la sua "filosofia" trasparirà. È il caso di Gadda: si legga "Quer pasticciaccio brutto de via Merulana".
Per un uso assolutamente "non invadente" e discreto (ma tuttavia controllato e sapientissimo) della lingua (non espressionistico, direbbero i criticoni) si leggano i meravigliosi racconti di Fenoglio.
Se invece una scelta tutta improntata sullo "stile", a detrimento della narrazione, non riesce a tenere attaccati alla lettura, forse ci si trova davanti a uno scrittore di scarso valore.
Quindi, forse, Altai non è un gran libro.
Ultima modifica di BaroneBirra il 19/02/2010, 16:30, modificato 1 volta in totale.
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.Eta.

BaroneBirra ha scritto:
19/02/2010, 16:28
se il vero valore di un romanzo risiede nel congegno narrativo, allora i videogame potrebbero essere assunti a opera letteraria.
In effetti c'è chi oggi li considera in tal modo.
Ci sono prevalentemente due modi di guardare ai videogiochi: quello ludico e quello narrativo, appunto, e oggi in molti optano per il secondo, tant'è che c'è chi gioca sempre con le soluzioni sotto mano, giusto per il gusto di veder evolversi la storia.
Neanche a dirlo, comunque, la via migliore è probabilmente la persecuzione dell'equilibrio tra questi due modi. ;)
Detto ciò, non sto sostenendo che stia tutto nella narrazione, anzi, mi trovo molto d'accordo con BaroneBirra.
La ricerca dello stile (letterario e no, ovvio) può farti soffrire più di una fantomatica ricerca d'identità.
BaroneBirra ha scritto:
19/02/2010, 16:28
Un bravo scrittore sa immettere la sua visione del mondo nel suo stile di scrittura (e in effetti tale è la definizione di "stile" data da un grande filologo del '900)
Chi? Sono curiosa.
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che comunque io mi riferivo ai Wu Ming e alla loro particolare concezione del senso dello scrivere e degli oggetti *narrativi*, appunto, sia chiaro
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Primo Moroni
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.Eta. ha scritto:
19/02/2010, 17:47
Chi? Sono curiosa.
Gianfranco Contini.
Ultima modifica di BaroneBirra il 19/02/2010, 20:32, modificato 1 volta in totale.
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Sgt.Pepper
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BaroneBirra ha scritto:
19/02/2010, 16:28
Quindi, forse, Altai non è un gran libro.
O forse, con tutto il rispetto per Q, è il lettore a non essere forte (inteso di esperienza per tale forma). Il lungo '900 è il secolo dei capolavori privi d'azione propriamente detta. Capolavori dove l'azione è solo un banale e marginale pretesto.
Ultima modifica di Sgt.Pepper il 20/02/2010, 12:51, modificato 1 volta in totale.
.Eta.

Naturalmente potrebbe essere una mancanza del lettore, a prescindere da Q, però, se ho capito bene anche ciò che diceva BaroneBirra, un buon libro dovrebbe "tenerti attaccato" anche senza l'azione. Forse se Q è arrivato ad aprire così questo topic, il gioco non regge. Se il gioco reggesse, suppongo che Q non sarebbe neanche dovuto arrivare a scrivere queste cose. (O forse no, ovvio, magari è tutta colpa di Q!  :P )
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boh, leggetelo poi ditemi voi
sgt pepper, tu l'hai letto? che ne dici?
baol l'ha letto e consigliato in un altro topic, spero si accorga di questo
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Primo Moroni
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Q ha scritto:
20/02/2010, 15:34
sgt pepper, tu l'hai letto? che ne dici?
L'ho iniziato, poi dopo alcune perplessità (forse le stesse) ho preferito riprendere in mano Q per recuperare il filo 8 anni dopo.
.Eta. ha scritto:
20/02/2010, 14:42
Forse se Q è arrivato ad aprire così questo topic, il gioco non regge. Se il gioco reggesse, suppongo che Q non sarebbe neanche dovuto arrivare a scrivere queste cose.
Non so, il ragionamento non mi convince.
Leggendo le parole di Qdl e il tuo post mi viene in mente Auerbach (un lettore direi abbastanza robusto) quando nel '27 circa, con 5 anni di ritardo, scrisse la prima recensione proustiana della storia.
Auerbach ha scritto:[...] tredici fitti volumi in cui si parla, attraverso molte pagine, di una conversazione vacua, di qualche albero, di un risveglio al mattino o di un decorso interiore di un moto di gelosia [...] è come se un malato di mente, rinchiuso in una camera arredata con gusto e con ricchezza, fornisse una descrizione minuziosa ed obiettiva, esatta fin nei minimi particolari, di questa stanza e della propria attività in essa, e con pedantesca serietà presentasse le sue descrizioni come le sole cose importanti che accadono [...]*
Auerbach prese un bel granchio.
Non credo che i Wu Ming stiano cambiando il paradigma! Pensando però alla disomogenea opera (intesa globalmente) del gruppo e le loro incursioni di analisi letterarie mi viene istintivo credere che dietro possa esserci una visione stilistica più che del semplice manierismo noioso.
Per ora sono fiducioso.

* Recensione che poi verrà sconfessata da altre critiche più che positive.
Ultima modifica di Sgt.Pepper il 21/02/2010, 14:48, modificato 1 volta in totale.
.Eta.

Minchia! ;D
Auerbach prese un granchio sì.
Be', Sgt. Pepper, hai preso un esempio lampante e in effetti di casi in cui un'opera poi "diventata" capolavoro che inizialmente si reputò grama, be', sappiamo che ce ne sono un'infinità, it's right. Ma forse tu fai un'osservazione più specifica: in particolare questo "stile" lento e descrittivo rischia di convincere poco, ma forse ha un altro scopo, e forse quello scopo è ciò che dobbiamo cercare, aspettare, ... Intendevi qualcosa del genere?

Detto ciò, io Altai non l'ho ancora letto, anche perché prima voglio leggere Q, perciò mo lo smetto di sparare sentenze! ;)

(Per altro, se le direttive non cambiano, Altai mi dovrò muovere sì a leggerlo, perché in teoria devo trarne un booktrailer per un esame! Quindi Q (che già sapevi di 'sta cosa!), smettila di farmi passare la voglia di leggerlo!!! ;D )
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Altai non mi è per niente dispiaciuto.
Certo, se ti esalti leggendo lo slogan "Quindici anni dopo l'epilogo di Q" sperando in una nuova carrellata di insurrezioni, pestaggi, violenze e riottosi pazzoidi traslati dall'Europa centrale all'impero ottomano, la delusione è dietro l'angolo: non ha poi molto a che fare con Q.
E' una storia di spionaggio e diplomazia, suggestiva sia come ambientazione sia come scenari geopolitici, raccontata -ahimè- più nelle stanze di palazzo e dintorni che sul fronte.
Spoiler:
Dove si arriva troppo tardi in tutti i sensi.
I punti di forza della scrittura dei Wu Ming ci sono tutti, per me.
E' innegabile però che i giudizi possano essere condizionati da una questione di aspettative e chi è andato giù di testa per Q (me compreso) è difficile che non ne abbia.
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fa piacere ti sia piaciuto, però se di aspettative tradite si tratta, nel mio caso, non credo siano legate al "seguito di Q", ma semmai a un paragone con gli altri oggetti narrativi vuminghiani, Manituana e 54 su tutti.
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Il paragone tra i Wu Ming e Proust, secondo me, si potrebbe metterlo da parte. Almeno, per una questione di rispetto.
I Wu Ming sono scrittori di manifesto, peraltro significativi nell'ordine pragmatico quanto modesti nell'ordine poietico.
Come ogni fatica letteraria nata per adempiere a un proposito programmatico preesistente ad essa, un loro libro, a mio parere, lascia il tempo che trova.
Ecco, l'ho detto.
Come uomo lavoro male.
.Eta.

BaroneBirra ha scritto:
22/02/2010, 1:13
Il paragone tra i Wu Ming e Proust, secondo me, si potrebbe metterlo da parte. Almeno, per una questione di rispetto.
Non credo Sgt. Pepper paragonasse nel senso di mettere sullo stesso livello. Io suppongo volesse fare solo un esempio noto un po' a tutti (non che tutti abbiano letto Proust, io no, per esempio, ma a tutti è noto). Ma questo lo confermerà lui.
Piuttosto, io non credo affatto che i Wu Ming si muovano in quel modo.
BaroneBirra ha scritto:
22/02/2010, 1:13
Come ogni fatica letteraria nata per adempiere a un proposito programmatico preesistente ad essa, un loro libro, a mio parere, lascia il tempo che trova.
Mio parere. Fondato su un'intervista a Wu Ming 2 sul New Italian Epic...
(Non ricordo assolutamente come scoprii questo link: possibile anche grazie a questo forum, ma non ricordo. Be', mal che vada la conoscerete già...).
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Q ha scritto:
20/02/2010, 15:34
baol l'ha letto e consigliato in un altro topic, spero si accorga di questo
eccomi
sienanza ha scritto:
21/02/2010, 14:42
E' una storia di spionaggio e diplomazia, suggestiva sia come ambientazione sia come scenari geopolitici, raccontata -ahimè- più nelle stanze di palazzo e dintorni che sul fronte.
è esattamente quello che mi è piaciuto di più:
la geopolitica SI FA nei palazzi e non sul campo...adesso come allora.
Altai espande quell'aspetto diplomatico che in Q era limitato ai capitoli dedicati all'elezione al soglio pontificio di Carafa.
Altai è una effettiva continuazione di Q, soprattutto perchè ne espande temi e filoni che erano rimasti minoritari.
non per niente Ludovico (l'azione) resta un personaggio secondario
il vero protagonista è joao miquez (la diplomazia)

o no?
...it's only your mind, you know...

L'uomo capisce tutto.
Tranne le cose perfettamente semplici.

errare è umano, correggere lecito, cliccare invia prima d’aver ricontrollato è ma porca tr°i@ che figura di m.rd@.
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BaroneBirra ha scritto:
22/02/2010, 1:13
Il paragone tra i Wu Ming e Proust, secondo me, si potrebbe metterlo da parte. Almeno, per una questione di rispetto.
Rispetto? Appunto!
.Eta. ha scritto:
22/02/2010, 1:23
Non credo Sgt. Pepper paragonasse nel senso di mettere sullo stesso livello.
Il mio è un esempio di metodo, magari troppo semplicistico.
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Scrittori che perseguono uno scopo che supera un'esigenza di creazione letteraria, per sfociare in un più ampio tentativo nel rapporto tra letteratura e informazione.
Ma qui travalico le mie competenze, e dunque mi fermo.
Definisco scrittori di manifesto (e non di manifesti, si badi) coloro i quali sanno già che effetto dovrà suscitare una loro opera ancora prima di concepirla (futuristi, Gruppo63... ), e anzi conformano la loro "letteratura", che sia poetica o prosastica, a tale auspicato effetto. Per gusti ristrettamente personali, una scelta del genere spesso si traduce in libri che non adoro.
C'è da dire che da ognuna delle "società" sopra elencate è sempre uscita almeno una personalità letteraria di spicco (Palazzeschi, Sanguineti... ).
Chi è più competente di me in materia di wu ming potrà confermare tale tendenza.
Ultima modifica di BaroneBirra il 22/02/2010, 14:19, modificato 1 volta in totale.
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In un sito internet leggo che Luther Blissett potrebbe essere definito "nome multiplo sotto il quale agisce programmaticamente un nucleo di destabilizzatori del senso comune".
Se ciò corrispondesse a verità allora spiegherebbe esaurientemente quello che intendo.
A titolo d'esempio, qualche evidenza linguistica dalla lettura di Q, che ha una scrittura ibrida: sintassi snella, sovente nominale, uso "giornalistico" dei verbi giustificato dalla prospettiva interna del narratore, cui confliggono (e il dato è di certo programmatico) intromissioni più sostenute mimetizzanti, ad esempio, le lettere scambiate tra i personaggi più illustri, termini peregrini o desueti.

Lo stile è altrettanto vario e non semplicemente definibile, se non con qualche saggio:
• l'attacco della prima pagina ricorda le atmosfere "ecumenizzanti" del Borges dei racconti non immaginarî, filtrata da una sintassi agile, tipica delle traduzioni dei grandi romanzi americani che tanto hanno influenzato il secondo dopoguerra letterario;
• pagina X dell'edizione digitale: termini desueti e ricercati vorrebbero velare la lettera d'una patina anticheggiante (parole quali "evangelio", "reverendissimo"), usi sintattici di registro alto e tipici d'una prosa sostenuta e datata quali alcune inversioni, lunghe prolessi.

L'esame potrebbe continuare, ma non è questo il luogo.
Tuttavia qui, a mio avviso, non ci troviamo dinanzi a vera ricerca linguistica, ma un analogo all'operazione compiuta da (e il rilievo non è originale) Umberto Eco, di contaminazione forzata, che mantenga come solida base una lingua che permetta di vendere bene il libro.
Non è, di nuovo, originale chiamare a soccorso la categoria del post-moderno: tuttavia per la sua stessa definizione, essa si confà alla sensazione che mi suscitano i libri dei Wu Ming.

Ripeto, queste sono mie opinioni personali.
D'altronde, sono un rompicoglioni.
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Ho letto, e trovato interessante.

Come ogni prosa autodichiarativa diffusa da scrittori, va presa alla lettera, senza discutere sulle scelte.
Sarebbe inutile discutere una scelta artistica: tale scelta va accettata o rifiutata.
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settimana scorsa ho finito Altai.
la terza e ultima parte (l'ultimo 25% in termini di pagine) è entusiasmante e il finale tira le fila di tutte le 300 pagine precedenti dandogli un senso, restano in piedi tutte le obiezioni fatte precedentemente.
in sostanza non lo consiglio e se qualcuno vuol leggerlo lo faccia con l'intenzione di finirlo alla svelta, perché spezzettarlo come ho fatto io è frustrante.
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