L'ultimo libro che ho letto è...

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gasta
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Bah, può essere anche il padreterno.
Ma è antipatico.
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Primo Moroni
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Il penultimo libro che ho letto è La ragazza dai capelli strani, raccolta di racconti di David Foster Wallace, pubblicata la prima volta nel 1989 (quando il Nostro aveva 27 anni) e già contenente il Germe del Genio.

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L'ultimo libro che ho letto è Discorso su due piedi (il calcio), trascrizione di un dialogo del marzo 1998 tra Carmelo Bene ed enrico ghezzi (con le minuscole, sì). Veramente un Brutto Trip (d'altro canto, da due Sovrani del Brutto Trip non ci si può aspettare altro se non un Brutto Trip), nel quale vengono idolatrati Van Basten, Cruijff, Romario, Nesta..., e si parla anche di tanto altro al difuori del pallone.

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Per dire quanto mi piace e mi intriga, non aspetto nemmeno di averlo finito (anzi, l'ho cominciato oggi, e sono attorno a pagina 100) per esprimere tutto il mio amore per Sei proprio il mio Typo. La vita segreta delle font, un saggio divertentissimo e monomaniacale dello scrittore inglese Simon Garfield. Storia dei caratteri da Gutenberg ai giorni nostri, menate di Ikea e petizioni di utenti indignati quando è stato cambiato font sul catalogo, da Futura a Verdana, capitolo dedicato al dramma dell'uso scriteriato di Comic Sans e tanto altro. Non ho resistito, ho dovuto mandare una mail d'amore all'autore. Vediamo se mi risponde. Come diceva Salinger, i libri che tolgono il fiato sono quelli dei cui autori si vorrebbe essere amici.

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Ultima modifica di McA il 01/09/2012, 20:51, modificato 1 volta in totale.
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LO VOGLIO.
Ma proprio con l'enfasi del consumismo che non sente ragioni: io lo voglio!

E grande che hai mandato la mail, verissima la storia degli autori di cui vorresti essere amico.
Facci sapere se risponde!
McA ha scritto: 04/11/2012, 12:30Senso di completezza a manetta, e solito mix di sentimenti.
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gasta ha scritto: 02/09/2012, 21:42Font maschile o font femminile?
Intendi chiedermi se, nel libro, viene scritto "il font" o "la font"?
Nella traduzione italiana si dice "la font", al femminile.
Ma il mio Zingarelli 2008 afferma che "font", in italiano, è un sostantivo maschile.
Cito da qui.
Terminologia etc. ha scritto:In italiano entrambi i generi coesistono perché la parola font è entrata nella lingua attraverso strade diverse. Chi conosce l'etimologia della parola, ha familiarità con il francesismo fonte e/o ha una formazione (tipo)grafica, preferisce il femminile; nell'uso informatico invece font è un prestito dall'inglese ed è privilegiato il maschile.
Se invece ti riferisci al capitolo in cui vengono messi in luce gli stereotipi di genere dei font, divisi in "font maschili" e "font femminili"... Allora vuol dire che hai letto il libro, ed è ottima cosa.

Sempre grazie a Sei proprio il mio Typo, che ho finito di divorare ieri sera, ho scoperto che «The quick brown fox jumps over the lazy dog», il pangramma inglese utile per provare tutte le lettere di un font, è ora un fatto accaduto realmente. ;D

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Sei proprio il mio Typo trovato per caso in libreria, comprato al volo.
Credo che lo leggerò e poi lo donerò alla mia

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che è nerdona e patita di discussioni sui font. Rock!
McA ha scritto: 04/11/2012, 12:30Senso di completezza a manetta, e solito mix di sentimenti.
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Dell'amato David Foster Wallace ho sbranato qualche giorno fa, in un paio di giorni, Il rap spiegato ai bianchi, scritto con Mark Costello. Il saggio, che risale al 1989, in piena esplosione del fenomeno rap e della cultura hip hop nel mainstream americano, è la solita bomba disumana: di altezza quasi imbarazzante il livello culturale, maestosa la profondità di analisi e incredibile la capacità di tenere il lettore incollato al libro, come nel migliore dei romanzi d'avventura, tutte qualità di un DFW ventisettenne. E nemmeno il coetaneo Mark Costello (i due si dividono i paragrafi quasi equamente) scherza.
Come sempre, un ringraziamento va a Christian Raimo e Martina Testa per il lavoro di traduzione, che anche questa volta dev'essere stato ben impegnativo. Tirata d'orecchi, però, per il titolo italiano, bello, ma completamente diverso dall'originale Signifying Rappers (che non significa "significativi", ma più qualcosa come "messaggeri", "ambasciatori").
Esistono varie edizioni del volume, edito in Italia da minimum fax: io ho letto la più recente, ottima per la nuova prefazione di Mark Costello, pessima per la copertina: le grafiche di Riccardo Falcinelli sono quasi sempre splendide, ma questa serie di metagrafiche con la copertina-del-libro-che-ritrae-la-copertina-del-libro-in-prospettiva proprio no, è roba che sarebbe stata fuori tempo massimo anche negli anni Novanta, e non è divertente neanche in caso provi a essere post-strutturalista, o post-post-modernista, che dir si voglia.
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perché nessuno mi aveva mai detto/imposto di leggere Fontamara di Ignazio Silone?

che tra l'altro so da anni, nozionisticamente, che Fontamara è di Ignazio Silone ed è un capolavoro della Letteratura italiana...
ma direi Mondiale
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Primo Moroni
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Oggi ho letto d'un fiato Dimentica il mio nome, ultimo capolavoro di Zerocalcare.
Come accade con tutti i grandi, quando si conclude la lettura si è persone un po' migliori di quelle che si era prima di cominciarla.
Il livello di immedesimazione, poi, sfiora l'imbarazzante, ma questo credo accada a molti lettori, e sia uno dei fattori del suo successo.

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Leggo anche altri libri, sia di narrativa, sia saggi, ma ci sarà un motivo se mi viene sempre voglia di scrivere qui quando si parla di 'sti due: tra gli altri, gli ultimi libri che ho letto sono Di carne e di nulla, ennesima splendida raccolta di saggi di David Foster Wallace, e L'elenco telefonico degli accolli, cioè il blog di Zerocalcare da marzo 2013 ad aprile 2015, più una storia inedita di raccordo.
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fico!

e notevole il doppio post alle 17:00
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Sto leggendo, finalmente, L'arcobaleno della gravita', che mi fu consigliato una volta terminato Infinite Jest.
Rispetto a DFW, Pynchon e' molto piu' complesso.
Sono solo a pagina 120 su 960, vi faro' sapere come va.
Ma nel frattempo, una cosa: la scena piu' geniale di Trainspotting, il tuffo nella latrina, e' COMPLETAMENTE presa da questo libro.
Anzi, in L'arcobaleno della gravita' e' molto piu' pesante, 6 pagine di follia pura.
Non lo sapevo e mi e' piaciuto molto.
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Gli ultimi due libri che ho letto hanno in comune il fatto di essermi stati prestati – grazie Corbe, grazie Giada – ma soprattutto il fatto di riguardare le vite di due ebrei newyorkesi, entrambi Stanley all'anagrafe, che hanno fatto sfracelli nel mondo.

Dietro la maschera. La mia vita dentro e oltre la musica è l'autobiografia di Paul Stanley, voce e chitarra ritmica dei Kiss, scritta con Tim Mohr e pubblicata in Italia da Tsunami nel 2014. Impietoso con tutti, a partire da sé stesso, il leggendario musicista parte dall'infanzia e dal bullismo subito per arrivare agli anni della superstardom, alla perenne ricerca della felicità.

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Stanley Kubrick e me. Trent'anni accanto a lui. Rivelazioni e cronache inedite dell'assistente personale di un genio è il racconto che Emilio D'Alessandro, italiano di Cassino, emigrato in Inghilterra nel 1960, fa della sua incredibile esperienza di lavoro per – e amicizia con – Stanley Kubrick, il massimo regista di ogni tempo, dall'assunzione nel 1971 (verso la fine della lavorazione di Arancia meccanica) alla scomparsa del cineasta nel 1999. Il volume è scritto con Filippo Ulivieri, di ArchivioKubrick, ed è uscito in Italia per il Saggiatore nel 2012.

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Entrambi consigliatissimi.
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Drusilla Safran Foer - Ogni cosa è travestita
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Gli ultimi due libri che ho letto sono due saggi, molto diversi, di ambito cinematografico.
Cinema Speculation è il corposo volume, edito in Italia da La nave di Teseo, con cui Quentin Tarantino racconta la sua vita di cinefilo, ancor prima che di cineasta, tra film e autori adorati ed esperienze di vita nel buio della sala. L'ho acquistato alla straordinaria presentazione bresciana dello scorso 6 aprile (il giorno dopo, ne ho scritto su Facebook).



Prima di concludere la lettura tarantiniana con l'ultimo capitolo e gli indici dei film e dei nomi, ho però letto l'agile saggio Hitchcock: La donna che visse due volte (pubblicato da Carocci), nel quale Roy Menarini – mio professore universitario ai tempi bolognesi – affronta il capolavoro sotto molteplici punti di vista, citando (tra le altre cose) l'influenza hitchcockiana su Brian De Palma e François Truffaut, argomento che trova spazio anche nel libro di Tarantino. Un regalo, graditissimo, di Snorky.

Che meraviglia.

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L'ultimo libro che ho letto è Zamora (da cui Neri Marcorè ha tratto il film omonimo, uscito da pochi mesi, che abbiamo presentato quattro settimane fa al Filo). Il volume, firmato da Roberto Perrone (1957-2023) e pubblicato in prima edizione da Garzanti nel 2003, è stato rieditato quest'anno da HarperCollins con una copertina che, come spesso accade, sfrutta l'uscita nelle sale per rilanciare il romanzo.

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Davvero di rado, quasi mai, leggo un libro dopo aver visto il suo adattamento cinematografico: in questo caso sono felice di averlo fatto per vari motivi, tra i quali apprendere che il personaggio coprotagonista, cioè Giorgio Cavazzoni, fittizio ex portiere del Milan e della Nazionale caduto in disgrazia (che nel film è interpretato da Marcorè stesso e viene reso veneto), arriva dalle nostre parti.
Roberto Perrone ha scritto:Nato in un paesino in provincia di Cremona da una famiglia di contadini [...]
Inoltre, su pagina, Cavazzoni ha solo 29 anni (mentre il protagonista, Walter Vismara, ne ha 36, e ciò rende il maestro più giovane dell'allievo), mentre nel film ha un'età imprecisata tra i 50 e i 60. Infatti, l'arco narrativo del personaggio trova un finale ben diverso tra libro e film.

Spoiler:
Nell'epilogo del romanzo, leggiamo una lettera che Cavazzoni scrive a Vismara: si capisce che Cavazzoni ha ripreso in mano la propria carriera calcistica, andando a giocare nel sempre rossonero Foggia. E, nel momento in cui scrive, rivela a Vismara che già un paio di squadre grosse del Nord stanno sondando il terreno per acquistarlo.
E poi è bellissima tutta l'ambientazione, a partire da una delle Milano più affascinanti e poetiche da raccontare, cioè quella degli anni Sessanta prima del Sessantotto, quella di Milan e Inter in cima all'Europa calcistica, quella del fòlber (come lo chiamava Gianni Brera), quella delle osterie e della vita culturale, quella che già era metropoli ma con un respiro ancora da città a misura d'uomo.
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